Il Confino chiude: cronaca di un pregiudizio che (purtroppo, per ora) ha vinto

Cara ciurma, cari lettori e care lettrici, fan, simpatizzanti, viaggiatori occasionali ed haters abbonati, scrivo queste parole — sì, decisamente lunghe e in prolisse — perché c’è una storia importante […]

Il Confino - Officina Rurale Fablab Lucano - Fablab Rurale

Cara ciurma,
cari lettori e care lettrici, fan, simpatizzanti, viaggiatori occasionali ed haters abbonati,

scrivo queste parole — sì, decisamente lunghe e in prolisse — perché c’è una storia importante da raccontare.

E’ importante perché rappresenta il chi ed il cosa realmente si deve combattere al Sud e in luoghi come il nostro, come Grassano, come la Basilicata per poter sopravvivere o poco prima di scappare con le ultime forze.

E’ la storia che riguarda gli ultimi anni, le idee e i progetti che abbiamo provato a costruire
ed è anche un invito a farne parte, a patto che se ne condividano l’etica, le visioni e il metodo partecipativo.

Premessa doverosa:

Quanto leggerete è frutto del mio pensiero personale e delle mie conclusioni come attuale Presidente di Syskrack, e come persona più coinvolta nel contesto, anche familiare.

Portare qui una voce unanime sarebbe impossibile: l’argomento è ancora oggi fonte di dibattito.

Ho ritenuto fondamentale raccontarlo, e farlo in prima persona.

Perché?

Per ispirare di nuovo, ancora, o per la prima volta — chiunque di noi o come noi proverà a essere audace nel cambiare qualcosa.

Cambiare “qualcosa” che non solo sembra non cambiare mai, ma che spesso non è nemmeno legittimato a farlo. Qualcosa condannato a marcire nello status stantio del “si è sempre fatto così”, “è sempre stato così”, “prima non era così”.

Per non mollare.

Perché arrendersi a chi è nato, cresciuto, allevato, istruito per giudicare, sabotare e distruggere è sbagliato.

E io continuerò a fomentare chi cerca evoluzione positiva e costruttiva, soprattutto in luoghi che hanno bisogno di persone, pensieri e culture come quelli che coltiviamo in Syskrack.

Detto ciò: buona lettura.


Il Confino chiude

Il Confino ha chiuso i battenti. E’ successo nelle scorse vacanze di Natale e la delusione è stata tanta da non aver avuto modo di raccontarlo.

Il Confino Syskrack OfficinaRurale - Fablab - Hackerspace - Makerspace in Basilicata

Per chi non lo sapesse, dal 2020 — in modo via via sempre più progressivo, fino a Dicembre 2025 — è stato la nostra “nuova” sede. Il nostro avamposto di resistenza, o come piaceva chiamarlo a noi: il nostro laboratorio rurale, la nostra officina rurale.

È servito tempo per scrivere queste righe.
Non è stato facile, emotivamente e praticamente.
E poi c’è la domanda che tutti ci facciamo: “Mò? Che si fa?”

Sembra non facciamo in tempo a trovare pace, a strutturarci, a pianificare, che tempeste improvvise ci travolgono e provano a portarsi via tutto ciò che di buono avevamo costruito.

Era il nostro avamposto di innovazione sociale e tecnologica.
Era la roccaforte conquistata, assediata e ricostruita pezzo dopo pezzo, anno dopo anno.
Era il nostro “luogo di ritiro spirituale e comunitario contro il logorio e il grigiume della monotonia” che ogni giorno ci assale e purtroppo è stato dismesso.
Proveremo a sgomberarlo definitivamente entro l’estate.

Sono sicuro che, dopo il nostro abbandono, il luogo finirà per decretare la propria fine.
Tornerà a riversare il logorio e l’abbandono in cui — innegabilmente — l’avevamo trovato.

I sogni di renderlo la nostra Officina Rurale permanente — sede di sperimentazioni tecnologiche, residenze artistiche, teatro di spettacoli culturali e performance — si sono infranti.

Il Confino Chiude - Officina Rurale Basilicata

Perché il Confino chiude

Come avrete capito: non per una scelta della nostra comunità.
Non per una sciagura.
Non per un problema tecnico.
Niente di tutto questo.

Il Confino chiude per la decisione di una parte della proprietà — la maggioranza, 3/5 per l’esattezza — di non destinarlo a un uso associativo.

Una decisione che ritengo personalmente offensiva oltre che irrispettosa, colma di pregiudizio nei confronti di tutti noi che quel luogo lo abbiamo popolato, migliorato e vissuto con rispetto.

Vi riporto tutto questo perché è fondamentale che si sappia cosa combattiamo davvero e su quali sono le nostre sfide logoranti che ci tolgono l’anima, la speranza e il coraggio di osare.

E’ importante capire che in posti al sud come il nostro siamo privati delle opportunità perché siamo giudicati senza appello e senza udienza perché chi ci dovrebbe sostenere è chi ci toglie la sedia a tavola mentre prendiamo l’acqua per passarla a qualcuno.

Ma è altrettanto importante complimentarsi con tutte e tutti, perché sia chiaro chi siamo, quanto siamo in gamba e quanto possiamo diventare ancora più speciali, incredibili e pieni di energia vitale — senza lasciarci trascinare giù da episodi colmi di ignoranza ed egoismo come questi.

Di seguito i dovuti dettagli.
Frutto di lunghe, complesse, frustranti, offensive e logoranti battaglie susseguitesi fino ad oggi.


Un po’ di storia e di contesto

Il Confino, prima di essere rinominato così tra l’estate del 2020 e quella del 2021, era (ed è tuttora) una casa di campagna della famiglia Bochicchio. Costruita con fatica e sacrifici dal capostipite della famiglia, Stefano Bochicchio, tra gli anni ’70 e ’80, in Contrada Santa Lucia / Zaccardone.

Nel 2003 Stefano viene a mancare e lascia ai suoi figli l’eredità di un luogo nato come spazio di festa, ricongiungimento, libertà e autonomia: 100 alberi di ulivo, una piccola casetta su due piani, corrente elettrica e — purtroppo — senza acqua corrente né pozzi.

Dal 2003 a oggi la proprietà ha visto un continuo declino.
Come qualsiasi oggetto, mobile o immobile, sottoposto agli effetti della fisica di questo mondo.

Per quanto qualcuno abbia provato — limitatamente — a prendersene cura, nessuno è mai riuscito a consolidare alcun intervento serio, strutturato o prolungato. Tolto qualche festino sporadico familiare, anni e anni di decadenza non hanno potuto riportarlo nemmeno lontanamente allo splendore di quando brillava di festa, pieno di gente, esperienze, racconti, ospiti vicini e lontani.

Dal 2014 circa è iniziato un avvicinamento da parte dei più giovani della famiglia.
Ma ben presto è nata una consapevolezza profonda — in me prima che in chiunque altro: usarlo solo per un singolo giorno di festa e abbandonarlo subito dopo era il modo peggiore di frequentarlo.
Qualsiasi oggetto tendeva a rompersi e non c’era tempo, voglia né possibilità programmabile di aggiustarlo.
A ogni ritorno potevi vedere il posto peggiorare.
Tangibilmente.

Come è nato il sogno del Confino

Il Confino nel 2020-21
Il Confino nel 2020-21 prima della prima Edizione di NT.

Nelle estati del 2020 e del 2021, a causa del COVID, nacque l’esigenza di incontrarci, vederci, viverci fisicamente.

Qualcuno di voi forse si ricorderà i primi soggiorni lì, in un’esperienza stile Decameron: i primi “sblocchi”, le nostre prime esperienze rurali prolungate.
Le battaglie quotidiane per cose date per scontate altrove: conquistare l’indipendenza idrica, migliorare l’impianto elettrico, dotarci di strumenti, organizzarci.
E così via, a ciclo continuo.

È lì che è nato il sogno del Confino.

Riuscimmo finalmente a capire — e ad apprezzare romanticamente — l’idea con cui mio nonno l’aveva concepito e costruito: trovare la pace.

La propria pace, personale e comunitaria.
Lontano da occhi, giudizi, dal sistema e dai suoi convenevoli, di cui prima o poi tutti finiamo per averne abbastanza.

Il 2022 fu l’anno dell’ennesimo consolidamento di Syskrack: il primo Naturalmente Tecnologici, che avvenne proprio lì. Un esperimento folle, come quasi tutti quelli che ci siamo inventati, ma parte di un nuovo capitolo. L’ennesimo rinnovamento.

In quel momento mi tornarono in mente le parole di alcuni cari amici di Rabatanalab (oggi fondatori del Circolo Rurale Antonio Infantino): mi mettevano in guardia dal centro storico e mi dicevano che un giorno avremmo trovato la nostra nuova identità in un luogo più lontano, un luogo capace di regalarci maggiori libertà, e che avrebbe portato vicino a noi solo chi davvero ci teneva, solo chi davvero credeva in noi.

E così è stato.

Quello che abbiamo costruito

Da quel momento, tra alti e bassi, abbiamo iniziato a vivere il Confino con un’ottica di miglioramento continuo. Della comunità e del luogo.

E questo è innegabile.

Tra le decine di lavori di ripristino, le migliaia — anzi, decine di migliaia — di euro investiti in strumenti, consumabili e attrezzatura, il Confino era diventato una sede di tutto rispetto.
E noi una comunità che, con le sue difficoltà, iniziava a maturare e ad affrontare in modo costruttivo i problemi.

Avevo anche iniziato a scrivere una bozza di progetto per rendere tutto chiaro, limpido, trasparente, raccontabile, candidabile a finanziamenti.

(per chi è parte dell’associazione) → Cartella di progetto “Il Confino”Officina Rurale “Il Confino”

Purtroppo non siamo riusciti a vincere il pregiudizio.


Cosa ha vinto

Hanno vinto la povertà di spirito, quella culturale e il familismo amorale. Ancora.

Ha vinto il pregiudizio di essere giudicati per come vestiamo, come camminiamo, come ci comportiamo quando vogliamo divertirci.

Non siamo riusciti a combattere il familismo amorale, nostro acerrimo nemico, che opprime profondamente la nostra terra. L’idea — tanto malsana quanto confusa ma così radicata — che non si possa creare welfare, inteso come benessere comunitario, come bene comune.

Non è un caso se il Sud resta Sud e la Basilicata resta terra di veri bifolchi — non bifolchi come noi, che almeno lo sforzo di attuare un progresso etico lo facciamo.

Nasciamo e continuiamo a trasmettere il messaggio che:

  • “Le società superiori a una persona non hanno futuro”
  • “Le associazioni non hanno futuro”

Cazzate.

Abbiamo sicuramente tanto su cui lavorare per imparare a creare valore collaborando, comunicando e lavorando bene: convivendo, cercando sintonia, armonia e complicità; combattendo noi stessi, i nostri limiti e le sfide che il sistema continuerà a spararci in faccia.

Ma una parte di me è ancora fermamente convinta che non sia finita.
Che possiamo ancora farcela.

Perché dovremmo arrenderci al sogno di un luogo accogliente, ospitale, il nostro contenitore culturale?
Perché dovremmo rinunciare al nostro laboratorio, al nostro teatro, al nostro rifugio?
Non abbiamo mai impedito a nessuno della proprietà di unirsi a noi, di andare a vivere lo spazio in solitaria o insieme a noi.

Cercavamo dialogo, supporto, consiglio e motivazione e come al solito abbiamo trovato giudizio, critica arida e sterile e occhi ciechi di chi continua a guardarci con gli occhi dei “diversi” e dei “normali”.


“Sì, ma ora? Che si fa?”

Non abbiamo una sede.
Questo è il dato.

Ora sta di nuovo a noi. E solo a noi, per fortuna.

Sta a noi decidere se ricominciare da zero, da 3 (come dice il noto film di Troisi), salvando ciò che c’era di buono. Da 4. Da quanto ci pare. Oppure buttare tutto.

Abbiamo tutto per riaprire domani. Frigoriferi, corrente, internet, attrezzi, il nostro FabLab, tutto.

Quello che serve è la cosiddetta capa verd’: la testa dura.
La voglia di non arrenderci e di sbatterci come abbiamo fatto negli ultimi 11 anni, continuando per la nostra strada.

Fregarcene del racconto di un territorio morente, abbandonato, colmo di mentalità fallimentari, piccole, addormentate, sottomesse.
Ed essere LA DIFFERENZA: quelli che non si arrendono.

Perché è di questo che si tratta. Non arrendersi.


Cosa abbiamo capito (e cosa cerchiamo)

Abbiamo capito di quale luogo abbiamo bisogno:

  • Uno spazio rurale che permetta di esprimerci in libertà
  • Uno spazio che non limiti in alcun modo l’idea di poter avere una sede associativa, un coworking, un’aula studio, un FabLab, uno studio di registrazione e produzione, un’officina rurale, uno spazio per teatri, estemporanee, residenze….
  • Insomma: tutto quel cazzo che ci pare

Conosciamo anche gli errori da non commettere più:

  • Basta cercare ospitalità
  • Basta occupare “zone grigie”
  • Decidiamo chi diventare e cosa realizzare
  • Decidiamo cosa vogliamo, e prendiamocelo

Il resto è disciplina, tenacia ed energia.


La palla passa a te

Il Confino, come spazio fisico, è storia vecchia.
Vuoi aiutarci a scrivere il nuovo capitolo?

Ci sono 3 modi concreti per starci dentro davvero.

1. Aiutaci a trovare una nuova sede (a Grassano)
Conosci un terreno rurale, una casa di campagna, una masseria, un capannone agricolo in disuso — in Basilicata o anche fuori — la cui proprietà sarebbe disposta a destinarlo a un uso associativo serio, strutturato, di lungo periodo?
Scrivici.
Anche se è solo un’idea, una pista, un nome.

2. Hai un progetto rurale e vuoi collaborare?
Stai costruendo qualcosa di simile?
Vuoi mescolare le tue energie con le nostre?
Siamo aperti a co-progettazioni, residenze incrociate, scambi tra comunità rurali, candidature a bandi insieme.

3. Vuoi metterci dentro tempo, competenze, idee?
Cerchiamo persone — non spettatori.
Chi sa fare, chi sa pensare, chi sa stare.
Chi vuole costruire e non solo consumare.

Contattaci o entra nei canali della community.


Il Confino come spazio fisico chiude.

La nostra ostinazione, NO.

E quella — per fortuna — abita ovunque andiamo a metterla.

Giuseppe Liuzzi

Immagine di Giuseppe Liuzzi

Giuseppe Liuzzi

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