Sotto sorveglianza: qualcuno ci sta guardando?

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A tutti noi, sicuramente, è capitato di sentir parlare di come la tecnologia possa monitorare e influenzare i comportamenti degli individui.

Troppo spesso però l’importanza di questo tema ci sfugge. Quotidianamente accettiamo lunghe pagine di licenze per l’utilizzo di software o siti web senza leggere nemmeno una riga, figuriamoci se dovessimo preoccuparci di dati insoliti come la quantità di luci accese in una giornata o magari quante volte apriamo e chiudiamo il garage.

E’ banale pensare, che queste informazioni possano essere vendute a dei malintenzionati come “studio statistico” sui vostri  comportamenti quotidiani per identificare il momento più opportuno in cui poter fare irruzione.

Ma meno scontato potrebbe essere pensare che quei dati possano essere utilizzati per precise campagne di marketing atte ad influenzare le nostre abitudini quotidiane in maniera totalmente passiva.

Infatti, Internet ci da l’illusione che tutto ciò che visualizziamo sia gratuito.

Ma, purtroppo, così non è.

Il pagamento per i servizi di cui usufruiamo in internet molto spesso viene effettuato tramite la cessione dei nostri dati di navigazione (cookies).

Prendiamo in esempio le applicazioni per il controllo del ciclo mestruale. Queste applicazioni, utilizzate da milioni di utenti, seppur all’apparenza innocue, raccolgono quotidianamente informazioni personali quali: stati emotivi, eventuali patologie cliniche e addirittura uno storico della vita sessuale dell’user. Se queste informazioni, da un lato risultano essere essenziali al corretto funzionamento  dell’applicazione, dall’altro mettono l’azienda che li gestisce in condizione di:

  1. Immagazzinarle e utilizzarle per studiare le abitudini dei propri clienti con fini decisionali;
  2. Oppure venderle.

Chi paga per i nostri dati?

Spesso sono coloro che solitamente non hanno la possibilità di effettuare campagne di raccolta per Big Data: politici, multinazionali che stanno spostando il loro mercato in una nuova area geografica, governi…

 

 

 

 

 

Gli spostamenti 

Da diversi anni, ormai, quasi tutti gli spostamenti sono tracciabili. Questo grazie ai dispositivi di cui ci circondiamo che diventano sempre più connessi.

Il nostro smartphone, il nostro laptop, la nostra auto sono tutti dispositivi tipicamente forniti di GPS e di connessione ad Internet. Grazie ad essi, le multinazionali che gestiscono l’infrastruttura che permette il funzionamento delle telecomunicazioni acquistano una grandissima quantità di informazioni sul dove siamo, dove siamo stati e con chi siamo stati.

IoT: Quando è veramente utile e quando ci mette a rischio?

LInternet of Things ( internet degli oggetti) è la pratica di fornire semplici oggetti di uso quotidiano di sensori e microcontrollori che rendono l’oggetto in grado di interagire con la realtà che lo circonda. Tutto ciò è stato possibile grazie all’abbattimento dei costi di produzione e la miniaturizzazione dei device elettronici che permettono di rendere intelligente qualunque oggetto senza preoccupazioni.

Tutto ciò, su due piedi, può sembrare una cosa molto utile, in grado di migliorare molto la qualità della nostra vita; chi non vorrebbe controllare qualunque funzione della propria casa comodamente dal proprio smartphone in qualunque posto ci si trovi.

Tuttavia l’atteggiamento di cercare di automatizzare selvaggiamente qualunque dispositivo potrebbe rivelarsi un disastro.

Il repentino sviluppo tecnologico della nostra epoca ha prodotto schiere di analfabeti tecnologici, ovvero coloro che utilizzano gli strumenti tecnologici più comuni senza averne piena consapevolezza del funzionamento di essi. Dare intelligenza alle macchine che ci circondano deve essere un’atto carico di consapevolezza. 

Tearoom: Sicurezza o controllo?

Generalmente le aziende sono interessate a dati quantitativi, come ad esempio i nostri interessi, in quanto il loro fine non riguarda lo spionaggio per se ma una strategia di marketing. Quando però lo Stato è colui che possiede le informazioni la situazione può diventare più critica.

Nel 1962 la polizia di Mansfield, Ohio, ha filmato di nascosto atti sessuali tra uomini, al tempo ritenuti illeciti, in un bagno pubblico della cittadina. Successivamente, nel 2008, l’artista William E. Jones ha esposto questi filmati nell’opera Tearoom.

Il fine dell’artista era quello di provocare il pubblico. Durante la visione del filmato, entriamo nel lato più privato e nascosto della vita dei “delinquenti” in questione. L’opera ci fa capire quanto le informazioni qualitative, di cui lo Stato si era fatto responsabile, siano diventate di dominio pubblico.

Vediamo volti, sappiamo dove è stato girato e possiamo rintracciare facilmente i protagonisti

Molto spesso crediamo che le istituzioni di pubblica sicurezza gestiscano le nostre informazioni avendo a cuore il nostro bene. Ma ne siamo davvero certi? Come sappiamo che questi dati non potranno essere usati un giorno contro di noi? Qual’è il limite tra sicurezza e controllo?

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